L.E.D.A. Un nuovo gruppo artistico a Cuneo

 

Pubblichiamo il testo del prof. Enrico Perotto a presentazione del gruppo artistico cuneese L.E.D.A., accompagnato da immagini delle opere esposte in questi giorni (fino al 22 maggio) nella mostra collettiva presso la Fondazione Casa Delfino Onlus di corso Nizza 2 a Cuneo:

 

L.E.D.A. alias LEDA
Come piuma che viaggia pellegrina nel tempo

L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi.
Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, Libro primo, 1-2
Ogni mondano evento
È di Giove in poter […].
Giacomo Leopardi, Dal Canzoniere, XL. Dal greco Simonide
Io sono un Greco antico col senso dell’humor.
Louis Scutenaire, Mes Inscriptions

L’esposizione Leda e il cigno. Finzioni e visioni da un mito intende proporre all’attenzione del pubblico undici artisti di origini cuneesi e non, attivi in città o nel territorio della provincia e accomunati dal loro ruolo di docenti presso il Liceo Artistico del capoluogo che porta il nome di Ego Bianchi (Castel Boglione/At 1914 – Cuneo 1957), una personalità artistica multiforme di estrema vitalità intellettuale e creativa, che si è sempre dimostrata appassionata dei caratteri più genuini e primordiali della storia dell’arte del passato, da quella degli Egizi e dei Greci a quella delle civiltà precolombiane e dell’Estremo Oriente. Filo conduttore di questa iniziativa d’arte è il lemma LEDA, da leggersi sia come acrostico che indica scambievolmente le frasi Libere Espressioni dArte o Libere Espressioni dei Docenti dell’Artistico, sia come termine collegato al mito greco di Leda. Figlia di Testio e moglie di Tindaro, re di Sparta, Leda è amata da Zeus in forma di cigno e contemporaneamente dal marito nella stessa notte, generando così da due uova una doppia coppia di gemelli, cioè Castore e Polluce, da un lato, ed Elena e Clitennestra, dall’altro, figli pertanto di “due padri”: Castore ed Elena da Zeus, Polluce e Clitennestra da Tindaro. Si tratta di un racconto mitologico di grande suggestione e di notevole fortuna iconografica nel corso della storia, che si è rivelato una nuova fonte di ispirazione per gli artisti del gruppo cuneese di nuova formazione.

Tiziano Ettorre, Manuela Fonti, Giuseppe Formisano, Grazia Gallo, Giorgio Giordano, Emanuele Greco, Daniele Guolo, Marco Odello, Cristina Saimandi, Anna Salomone e Patrizia Stralla, in particolare, si sono posti di fronte a una figura specifica e fascinosa della mitologia classica, rinnovandola negli aspetti iconici e riportandola così all’attenzione di noi contemporanei, dallo sguardo un po’ troppo distratto e assuefatto al consumo bulimico delle immagini ‘usa e getta’ nella nostra società liquida. Le loro proposte formali possono talora anche assomigliarsi, ma non si ripetono mai. L’amore di Giove sotto le spoglie di un cigno, topos iconografico di straordinaria fortuna nella storia dell’arte occidentale, si è trasformato così in scaturigine di atti immaginativi che sono in sintonia con quelli (da Claudio Parmiggiani a Giulio Paolini, da Mimmo Jodice ad Antonio Biasucci) che Vincenzo Trione ha individuato per una mostra al Foro Palatino di Roma nel 2013 e che egli ha considerato tendenti “a collocarsi all’interno di un territorio comune, fino a dar vita a una sorta di implicito movimento: il post-classicismo”1.

In fondo, l’idea-guida di ciascuna personalità del gruppo LEDA risiede nella comune constatazione che le cose materiali non sono che entità apparenti, ingannevoli e in continuo mutamento. Non esistono forme uniche che si danno come determinate una volta per tutte, ma forme la cui materialità riconoscibile è una delle tante possibili. Per artisti che ancora esprimono una volontà di ‘pensare per immagini’, di formare configurazioni, se pure allo stato di frammento, di segno incompleto, di simbolo giocoso, di allegoria sensibile dell’atto amoroso o della sua attesa, l’incontro d’amore del dio è la soglia di avvicinamento tra due potenzialità entrambe desideranti o l’atto vitale in cui si avvera la consumazione del desiderio tra due esseri distanti e differenti, l’una (Leda) appartenente alla dimensione della specie umana e l’altro (Giove) a quella dell’alterità trascendente, dell’invisibile numen, che si abbassa allo stato tragico dell’esistenza degli umani, ma che si esalta anche negli eccessi tangibili dell’unione carnale, in forma visibile di natura animale. Nei lavori grafici, pittorici e scultorei degli undici artisti in mostra riecheggiano quindi voci del passato, ma soprattutto si manifesta quell’intento ironico con cui nell’antica cultura greco-romana si guardava ai travestimenti degli dèi. “Gli dèi antichi”, ha ricordato di recente Maurizio Bettini, “sono non solo vicini agli uomini, sono soprattutto ‘partner’ dei mortali, esseri potenti e immortali che però, a dispetto di ciò, possono anche porsi ‘in relazione’ con gli umani sotto molteplici punti di vista”2.

Ettorre compone divertenti e arguti messaggi iconici, dipingendo un quadrifoglio multicolore a cui è stato sostituito un petalo con un fascio di piume, efficacemente allusive al mito e insieme un vero e proprio ‘motto di spirito’ pittorico beneaugurante. Fonti riscopre la leggerezza di un mondo fiabesco illustrato con l’essenzialità esecutiva di un delicato graphic novel, per narrare un sogno d’amore favoloso con la sua tipica scioltezza grafica e l’impronta gaia dei suoi colori. Formisano incontra il corpo femminile in deliquio amoroso e carezzato da un vivido fascio di luce della Danae di Artemisia Gentileschi, trasformandolo in un’icona muliebre senza tempo, isolata in uno spazio tenebroso e ricoperta dalla sagoma leggera di una fatidica piuma, che ne tinge le carni di vividi colori, quasi tatuandone l’epidermide con un sapiente dosaggio di pittura ed elaborazione digitale. Gallo è pittrice di morbide velature cromatiche, dai toni liricamente sfocati, che lasciano trasparire in superficie un flusso segnico libero, come di antiche grafie, che suggellano in Congiungimenti un accenno a un divertito configurarsi sullo sfondo purpureo della tavola di un contrappunto coloristico formato dal profilo frammentario della coppia giustapposta di uova generate dal mitico amplesso divino. Il vigoroso e dinamico impianto figurativo delle opere di Giordano è contraddistinto soprattutto dalla resa fluida e scattante del ductus pittorico, che permette all’artista di fissare la nudità svelata della moglie di Tindaro insieme al rapido scatto del capo (con il particolare della ripetizione in successione dell’orecchio sinistro), che si volge in direzione del caotico viluppo di piume con cui il Cigno le cinge i fianchi. Nelle sue sculture sia in bronzo che in terracotta, Greco è interessato al fluire essenziale delle strutture anatomiche umane e animali, alla tensione vitale dei gesti e degli atteggiamenti, allo stato di sospensione delle figure in gesti di attesa, di quiete o di saluto, come nella riverente Leda inginocchiata di fronte all’amato cigno che ha appena preso il volo allontanandosi da lei e abbandonando una piuma ai suoi piedi. Guolo ha preso le mosse dalla rilettura del mito alla luce del sonetto Leda and the Swan scritto da W. B. Yeats nel 1923-24, intitolato in una prima stesura Annuciation, contrapponendo così la violenza dello stupro, perpetrato alla donna dal dio-cigno e premonitore di future tragedie, alla maternità tutta spirituale di Maria, avvenuta attraverso la discesa dal cielo dell’innocente colomba. La morbida trama dei segni neri della grafite in equilibrio con quelli rossi del pastello, ricostruiscono il disegno di due vasi greci a figure rosse dall’aspetto infranto, simboli del precario stato delle cose umane. Sono entrambi incorniciati da forme ovoidi e decorati con immagini rispettivamente di Zeus e Leda. Nello spazio intermedio, si nota, infine, la presenza di alcune infiorescenze del giglio, il cui significato di purezza è intaccato dalla presenza emblematica di una scena di accoppiamento tra due coleotteri, colonizzatori e distruttori della pianta del lilium. Odello, abile scultore di rocce sedimentarie, nelle quali ritrova l’incanto delle armonie primigenie tra uomo e natura, fa rivivere nella pietra verde l’immaginario volto trasognato della bella regina di Sparta, mostrandocela abbandonata in un sonno languido, appagata nei sensi per l’amore appena goduto, di cui le rimane il labile segno di una candida piuma posatasi leggiadra sui capelli. Saimandi è creatrice di opere scultoree realizzate con materiali poveri, che sembrano dare vita a una nuova forma di ‘teatro di figura’, popolato da immagini-specchio della condizione femminile. I tremori esistenziali, ma anche i desideri brucianti di bellezza, si riflettono nel personaggio ideato per Leda, che incarna una giovane donna dei nostri giorni, seduta a terra, forse in un luogo rivierasco (le sponde del fiume Eurota?), con indosso soltanto una canotta, un infradito rosso a un piede e un casco rosso con auricolare sulla testa, attratta da qualcosa che le appare nel cielo. Salomone ha un indubbio talento grafico, una capacità di trasferire l’osservazione del dato reale nella dimensione fantastica, intrisa di suggestioni surreali, di invenzioni formali e coloristiche accuratamente dettagliate, che si traducono in una raffigurazione seducente di Leda, in sembianza di donna-angelo dalle ali piumate color pastello e dall’infuocata chioma che si perde nell’aria in un reticolo di sottili rivoli di ciocche ribelli. Stralla, infine, è autrice di opere in ceramica e tridimensionali impostate sia sul valore sentimentale della figura che su un intento di semplificazione geometrica delle strutture plastiche, non senza richiami anche ai temi incentrati sul rispetto ambientale. Nella sua esotica Leda in gesso patinato troviamo l’eleganza dei contrasti tra il bianco del piumaggio incombente a sinistra e il nero del busto della regina, dal bel volto giocosamente delineato con tratti fisionomici negroidi e incorniciato da un elaborato copricapo di sapore altrettanto etnico.

Enrico Perotto

1Post-Classici. La ripresa dell’antico nell’arte contemporanea italiana, a cura di V. Trione, Mondadori Electa, Milano 2013, p. 18.

2M. Bettini, Quando si poteva ridere degli Dei, in “La Repubblica”, 23 settembre 2015.

 

ettorreTiziano Ettorre

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Manuela Fonti

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Giuseppe Formisano

gallo graziaGrazia Gallo

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Giorgio Giordano

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Emanuele Greco

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Daniele Guolo

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Marco Odello

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Patrizia Saimandi

salomone

Anna Salomone

stralla anna maria

Patrizia Stralla

 

LEDA E IL CIGNO
FINZIONI E VISIONI DA UN MITO

Tiziano Ettorre, Manuela Fonti, Giuseppe Formisano, Grazia Gallo, Giorgio Giordano, Emanule Greco, Daniele Guolo, Marco Odello, Cristina Saimandi, Anna Salomone, Patrizia Stralla

a cura di Enrico Perotto

7-22 maggio 2016
– ingresso libero –

Fondazione Casa Delfino

c.so Nizza 2 – Cuneo

http://www.fondazionedelfino.it

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