roascio marco

Una mostra di Marco Roascio a Villanova Mondovì



Marco Roascio

Evento Cabalinguistico al Lionetto


20 maggio – 31 luglio 2015


Circolo Lionetto

via XX settembre 9

Villanova Mondovì (Cuneo)


supervisione artistica di Lorenzo Barberis: http://ermetical.blogspot.it/2015/05/cabalinguistica-al-lionetto.html

catalogo della mostra: http://cabalinguistica.it/lionetto/catalogolionetto.pdf





roasciomanif_Lionetto



video:






Annunci

Marco Roascio: L’Url di Munch



 

roasciogen14a4



L’Url di Munch


Marco Roascio, il cabalinguista, mi fa fare una riflessione su un suo interessante, recente lavoro, contenuto in questo sito :

http://www.urldimunch.tk/

Il gioco di parole tra l’URL, l’Unified Resource Locator, e l’Urlo, è vecchio quasi quanto il web; sia nella sua declinazione generica che in connessione all’Urlo più celebre, per antonomasia, l’Urlo del pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944).

Gli appassionati della webculture potranno ricostruire quando si è data la nascita di questo meme culturale, minoritario ma presente.

Sicuramente dopo il 1994, quando l’URL è stato inventato da Sir Thimoty Berners-Lee, e probabilmente anche in seguito, dato che il meme può essere solo italiano, e quindi dev’essere parallelo alla diffusione della rete.

Il gioco di parole con l’URL di Munch è già più midcult, più raffinato. Più Web 2.0, con l’hipster contemporaneo e la sua ossessione per la battuta (mediamente) colta. Diciamo dal 2005 in poi via.

Un omaggio, dunque, a un lavoro, quello di Munch, che si va a porre come riferimento (anche impreciso) nella cultura di massa di certi stilemi che Roascio riusa e risignifica, non producendo semplicemente un manierismo astratto superficialmente piacevole blandamente ispirato all’opera capostipite del maestro (assieme ad altre references obbligate del blando astratto: Matisse, Kandinsky, Klee…), ma utilizzandone gli stilemi per un discorso critico-ironico più raffinato.

L’operazione di Marco proseguirà con un riesame delle altre versioni dell’Urlo (e quindi dell’URL), con ulteriore analisi del suo valore di meme culturale.

Ma vediamo di indagare a fondo la Grande Opera di Edvard Munch.

Vi sono ben quattro versioni del quadro: un olio integrato a tecnica mista del 1893, un pastello e un’incisione litografica del 1895, e infine, nel 1910, una tempera. .

Le varianti sono, in verità, minime: nei colori, sempre pop ma variamente stesi, e in alcuni elementi del paesaggio. Il paese sullo sfondo è appena percettibile nei dipinti, e se ne intuisce un minimo la silouhette nell’incisione, col segno essenziale del campanile e l’abbozzo di case intorno. Le barche sono sempre due, eccetto nel terzo pezzo, che varia anche, il dettaglio più importante a modificarsi, le due figure di sfondo: una sembra avere un malore, e inchinarsi, in preda alla nausea, sulla ringhiera del pontile.

La prima versione, quella del 1893, la più celebre, si lega a una esperienza reale di orrore esistenziale provata dall’autore. Munch scrive infatti nel suo diario:

“Voi che venite in Norvegia d’estate dite che qui si sta bene, ma io da bambino, a soli cinque anni, ho visto morire mia madre di tubercolosi, poi mia sorella Sofia, quindi, improvvisamente, anche mio padre. Io stesso ho sempre avuto una salute fragile (lo ammetto: col tempo, la vodka e l’acquavite non mi hanno aiutato!), stretto da un’educazione puritana e moralista e le notti del grande Nord, gelido e inospitale. La pittura mi ha aiutato a guardare dentro me stesso, a trasmettere sentimenti ed emozioni. Ho letto i testi dei filosofi della Scandinavia e ho sentito parlare delle teorie sulla psiche umana sviluppate dal dottor Freud, a Vienna. Io avverto un profondo senso di malessere, che non saprei descrivere a parole, ma che invece so benissimo dipingere.”

Di nuovo, vediamo altri elementi che convergono a fare dell’Urlo l’opera archetipa del Novecento: Munch è quasi didascalico a citare i filosofi nordici e Freud, a metterci dentro l’educazione puritana, la morte di padre e madre tipo Pascoli, l’abuso di alcool alla Poe. Non manca un riferimento all’estensivo compatriota scandinavo Kierkeegard, anche qui, didattico come il dipinto dedicato a un Nietzche imperturbabile, ma simmetrico all’Urlo nella composizione. E ovviamente, il dipinto è autobiografico, la sofferenza nel quadro è la sofferenza dell’autore.

L’esperienza è dunque la percezione di un Urlo che viene dall’autore, ma anche dalla Natura: una percezione inesprimibile (se non, in parte, pittoricamente), della sua ostilità. Un sentimento non remoto da quello di alcune pagine di Leopardi (o ancor prima, in Foscolo, nella “Lettera di Ventimiglia” di Jacopo Ortis”): la radicale ostilità della natura una volta sviluppato con onestà il discorso illuminista. Ma la modalità di espressione è già qui decisamente più pop, più di massa, più “a forti tinte” (appunto), meno “sfumata”. Per molti versi, ricorda certe pagine di Lovecraft prima dell’emersione del sovrannaturale: un sovrannaturale che è sempre, nel maestro di Providence, un naturale radicalmente sconosciuto e incomprensibile, e radicalmente ostile all’uomo.

Il titolo originale dell’opera “Skriek”, è termine norvegese affine più a “shriek” inglese che a “scream”; due sfumature diverse dell’urlo, la prima più carica di terrore. E più onomatopeica, più essenziale. Inoltre, più che di puro urlo l’autore parla nel titolo, appunto, di “Urlo della natura”, a indicare la matrice profonda di quell’urlo muto, silenzioso, da lui condiviso ma comune e ancestrale senso di terrore panico, cosmico.

Intanto, nel 2012, l’unica copia privata dell’Urlo, il pastello, ha raggiunto quasi la quotazione di 120 milioni di dollari, massimo record finora per la singola opera d’arte. La vendita record, il furto d’arte: due elementi della cultura pop connessa all’opera d’arte.

A questo punto si colloca la ripresa di Roascio.

La sua pittura, in questo caso come in altri, va a decostruire l’immagine frammentandola in segmentazioni che, progressivamente, sezionano l’immagine accentuandone l’elemento onirico e surreale. Un’operazione consueta per l’artista, ma che in questo caso va a lavorare su un’opera già segnata da uno stile fortemente marcato e lisergico, che l’azione di Roascio va solo a rinforzare con una marcatura bianca che trasforma le spesse linee di colore già esistenti quasi in frammenti luminescenti di neon. Un colore all’LSD, intermedio tra gli acidi toni di Warhol e la psichedelia già originaria, quasi un punto di giunzione, una spiegazione e una sintesi.

Lo spazio principale di azione di Roascio è la smarginatura bianca che egli lascia all’opera, dove va ad estendere con i motivi che gli sono soliti, proseguendo le linee dell’opera ed integrandole con le sue tipiche componenti metalliche e bullonate, che emergono in specie sulla destra.

In qualche modo, col minimalismo dell’intervento rispetto allo standard delle sue operazioni, Roascio riconosce quello che forse a Warhol, Erro ed altri esponenti della cultura “alta” è sfuggito: non è necessario reinterpretare Munch, perché è già in origine pop, la creazione dell’icona non è pura sovrinterpretazione popolare, ma un senso già insito nella sua operazione artistica, come abbiamo cercato qui di evidenziare.

Particolarmente interessante è il soffermarsi sulle due figure di sfondo (non a caso colte nel pastello del 1895, l’unico con posizioni variate) dove l’intervento li rende blu e fluidi come il vibrante mare sullo sfondo: specialmente quello prostrato sulla balaustra sembra davvero un essere d’acqua pronto a rifluire nel suo elemento. Una fusione nella natura, in certo senso, materna ed amniotica, opposto all’unheimlich dell’opera di Munch. Anche la figura principale è vestita di fluido, ma la testa biancastra la separa nettamente dal mare blu in cui quasi pare affogare, come un flusso che l’investa. La scissione è dunque cerebrale, non corporea e materiale, se un’indicazione dobbiamo cogliere dalle scelte stilistiche effettuate.

E forse non è, anche qui, il flusso della natura e neppure la tensione innaturale all’alba della grande battaglia del Novecento. Ma, data la natura informatica del titolo dell’opera, il flusso di informazioni trascinato dalla rete (“navigare nel web”, “websurf”: ritorna la metafora acquatica, infatti), che ci sballottano come allegri naufraghi da un indirizzo all’altro del www, mentre un impulso insopprimibile ci porta ad esclamare, gridando di terrore, l’inevitabile URL di Munch.

LORENZO BARBERIS

(Il testo completo lo trovate qui: http://ermetical.blogspot.it/2013/10/lurl-di-munch-e-loccams-razor.html)


“Chiusa Opera Aperta” – Estemporanea d’Arte Postmoderna a Chiusa di Pesio



“Chiusa Opera Aperta”

Estemporanea d’Arte Postmoderna




roascio-chiusa


Marco Roascio
Michele D.R.
Stefano Di Lorito
Lorenzo Barberis


Chiusa di Pesio
Portici dell’Ala del Pellerino

14 Luglio 2013


Testi critici di Lorenzo Barberis
Cover di Stefano di Lorito.


Chiusa_Opera_Aperta.pdf




 

roascio-PARACADUTERESTEMarco Roascio, “Paracadutereste Homo Sapiens? Eia!” (2009)




 

 

 

 

L’Anno Cabalistico di Marco Roascio



 

L’Anno Cabalistico di Marco Roascio

di Lorenzo Barberis

 


Le sperimentazioni della cabalinguistica di Marco Roascio sono sempre affascinanti: sia quando l’autore si limita ad elaborare una permutazione ironica del reale a partire dalle lettere di un nome, di un titolo di giornale, di un evento, sia quando a questa permutazione si aggiunga la trasposizione in un’immagine, solitamente sempre venata di un certo surrealismo.

Tra le varie linee di ricerca in cui si suddivide la sperimentazione roasciana, quella più spiazzante per la sua mole sterminata è la creazione di una sorta di un Anno Cabalistico, quasi una filiazione linguistica dell’Anno Sabbatico, con la ripresa di due diversi concetti (e parole) che abbiamo mutuato dalla cultura ebraica.

Nell’Anno Cabalistico l’autore, per un intero anno, anagramma perfettamente il nome del giorno, inclusivo della data e del nome del santo del calendario, ricavandone una breve frase fra le varie anagrammaticamente possibili.

Ciò che colpisce, ovviamente, di questo lavoro è la sua mole, 365 anagrammi creati giorno per giorno dall’autore e pubblicati, con cadenza inflessibile, sulla propria pagina di Facebook. Il primo anno cabalistico è stato il 2012: e forse a influenzare Roascio è stata l’ossessione di quell’anno per un altro calendario esoterico, quello dei Maya, che avrebbe dovuto segnare inesorabilmente la fine del mondo conosciuto.

Il 2012, tuttavia, non è stato un anno cabalinguistico completo, in quanto l’avvio della ricerca si è avuto il 28 giugno 2012, ancora nell’era Monti (sembra un secolo fa).

Oggi, ventotto giugno duemiladodici: S. Ireneo di Lione

che si tramutava in:

Monti, indulgente: “O condividete l’euro oggi, o i disagi, o…”

Una soluzione anagrammatica brillante: una frase realistica, che quasi avrebbe potuto esser un titolo di giornale in quei giorni. Perfino l’aggettivazione è giusta, la condiscendenza paternalistica di Monti può essere resa benissimo con “indulgente”, specie da qualche servile quotidiano amico; così come il tono sardonico con cui il beffardo banchiere propone soave le tre minacciose alternative: o si resta nell’euro, o si sopporteranno ulteriori disagi, o addirittura… frase in sospeso, in modo da lasciar credere al pavido ascoltatore possibilità inenarrabili, il cui terrore è lasciato alla pura immaginazione. Un Monti sulla linea di quello dell’insediamento, che a Berlusconi diceva che poteva certo staccare la spina al suo governo: come un malato terminale al respiratore artificiale. Poi il malato terminale si è ripreso, e Mario si è ritrovato ad abbracciare l’empatico cagnolino Empy (che credo oggi cerchi un nuovo padrone in qualche sperduto autogrill di tangenziale): ma questa è un’altra storia.

Col 2013, il lavoro di Roascio ha iniziato un nuovo ciclo, specificamente dedicato all’arte. Il gioco passa a un livello successivo, si fa più difficile e più interessante. Non qualsiasi anagramma è accettato come valido, ma solo quelli – sempre numerosi – che hanno una qualche attinenza al mondo artistico, in cui l’autore opera. La restrizione imposta riduce il numero di anagrammi disponibili, generando un effetto maggiormente surreale.

Il primo di questi nuovi anagrammi artistici è perfettamente cesellato nella sua trasposizione:

Oggi, primo gennaio duemilatredici, Sant’ Almachio Martire

si converte in uno stupendo:

Trasponemmo miraggi: l’arte ha radici nei macigni del tuo io!

Appare evidente la cura impressionante nello scavo anagrammatico.

La definizione è chiaramente meta-autoriale, in quanto è evidente che il Cabinguista “traspone” le parole generando “miraggi”. Tramite questo procedimento apparentemente casuale, come Freud insegna, si può far emergere il vero contenuto dell’inconscio, tenendo a bada le censure dell’Ego e del Super-Io (tranquillizzati dal fatto che non ci troviamo di fronte a una “libera espressione”, ma stiamo solo giocando a scambiare di posto delle parole: nulla di quello che appare, ci diciamo, proviene davvero da noi!). Il processo ricorda quindi il cut up di Bourroughs o l’automatic writing surrealista, volti a scatenare rispettivamente le energie del magico e del rimosso.

Non vi è modo migliore di esprimere tale concetto che nel dire che l’arte che si esprime in tali miraggi ha radici nei “macigni”, ovvero nei pesi psichici (anche nel linguaggio comune: “un macigno sulla coscienza”…) che gravano sull’Io. Una definizione valida in generale dell’arte, dunque, ma perfetta al millimetro nel descrivere il gioco che Roascio avvia in questa nuova concettualizzazione.

Per paradosso, però, in base a quanto detto sopra, l’opera è più affascinante ancora, contrariamente all’anagrammatica tradizionale, quando il risultato pare presentare un elemento di parziale imperfezione, che genera un senso di straniamento vagamente surrealista.

Prendiamo a titolo d’esempio il lavoro dell’8 giugno, a noi vicino:

Oggi, otto giugno duemilatredici, San Fortunato di Fano”

Questa la frase data, di partenza. Roascio elabora così:

L’artista curdo ideò un fotomontaggio : “Inondate Fiuggi!”

Dopodiché, in questo caso, procede a interpretare il breve epigramma ottenuto, con un’opera solitamente a collage. In questo caso, l’artista parte da una locandina del cinema curdo che raffigura una suonatrice di strumenti tradizionali, circondata di bottiglie della celebre acqua minerale che sovrastano la città in questione.

L’immagine rinforza il senso di surrealismo insito già nella frase iniziale, mostrando il contrasto irresolubile tra un elemento che associamo inevitabilmente all’esotico, il Kurdistan, e uno di comprovata italianità, come Fiuggi, resa banale e quotidiana dalle acque minerali diffuse su tutta la penisola.

L’operazione di Roascio conferma anche qui la sua natura di opera profondamente aperta, secondo la nota definizione di Eco del 1962.

Eco aveva constatato come, se da un lato sempre l’opera è aperta a più interpretazioni (qual è il profilo “giusto” di una scultura a tutto tondo?) la modernità puntava a radicalizzare questa “apertura” all’interpretazione (come ad esempio nei Mobiles di Calder, note sculture formate di elementi componibili, che un soffio di vento bastava a mutare nell’aspetto). Anche in musica autori come Berio avevano introdotto elementi di casualità in grado di generare composizioni in maniera randomizzata; in letteratura, Calvino sperimenta mescolando le carte dei tarocchi e componendo una storia in base al risultato della permutazione.

L’operazione di Roascio è molto simile a un castello dei destini incrociati, dove alla permutazione iconica dei tarocchi si sostituisce la permutazione alfabetica della cabala (tarocchi e cabala sono del resto strettamente connessi nella loro natura permutativa: 22 le lettere dell’alfabeto ebraico, 22 le immagini degli Arcani Maggiori usati nella predizione cartomantica).

Quello che è innovativo nell’autore è la costante natura permutativa della sua opera, che lo rende estremamente adatto a questi tempi di web 2.0. Se nelle sperimentazioni tradizionali pre-web ancora si giungeva comunque a un prodotto definito, l’opera di Roascio è aperta anche nel senso della costante riscrittura cui l’artista la presta, cercando cooperazioni con altri autori per una continua rielaborazione del materiale prodotto.

Per esempio, leggendo

L’artista curdo ideò un fotomontaggio : “Inondate Fiuggi!”

Non posso far a meno di notare che, traslando quel “curdo” in “crudo” e muovendolo di posizione, otteniamo un

L’artista ideò un crudo fotomontaggio: “Inondate Fiuggi!”

L’epigramma assume subito un senso differente.

Intanto, l’unico elemento shockante per il lettore resta il riferimento all’inondazione di Fiuggi, che assume un carattere d’ironia paradossale: la città delle acque, minerali e termali, sommersa dalle acque stesse. A commentare il testo, basterebbe la sola sezione centrale del lavoro di Roascio, incorniciata dalle bottiglie nell’opera originale: ovvero la figurazione di Fiuggi sommersa dall’acque, come una novella Babilonia, Sodoma o Gomorra.

Un fotomontaggio indubbiamente crudo, non c’è dubbio. Ma perché l’artista dovrebbe evocare una simile distruzione? L’associazione mentale che mi viene istantaneamente è con Fiuggi come luogo della svolta trasformativa della destra postfascista italiana, da MSI ad AN, prima dell’attuale, totale dissoluzione.

Da buon cultore della paranoia complottista (sempre come gioco letterario, ci mancherebbe) non posso non scavare sotto la superficie delle suggestioni: ed ecco che scopro che Fiuggi ha altre possibili attinenze.

Nell’agosto 1911 è proprio in Fiuggi che venne firmata la dichiarazione di guerra alla Turchia ad opera del Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti. Il Kurdistan, che avevo espulso dalla porta, rientra così dalla finestra, in un gioco involontariamente perfetto: un premier di origini monregalesi (città dove vive Roascio ed anch’io, che vi sono parimenti nato) che dichiara guerra alla Turchia, all’interno della quale viveva la maggioranza dei curdi.

Il 4 ottobre 1957, invece, Fiuggi ospita la sesta riunione del discusso Gruppo Bilderberg, di cui tra l’altro lo stesso Monti fa oggi parte, in ruolo eminente. Una data che, oltre a coincidere col mio compleanno – elemento che prendiamo come casuale – è quella del lancio del primo Sputnik da parte dell’Unione Sovietica. Forse i soci Bilderberg di quello discutevano nella loro riunione segreta, elaborando le contromosse che, originando nel 1958 la prima rete Arpanet, avrebbero dato vita al primo nucleo dell’internet moderno.

Ma forse sono coincidenze banali, essendo Fiuggi un centro di congressi, alcuni storicamente più interessanti degli altri. E ciò che muove il cabalinguista è solo la bellezza dell’ossimoro di partenza, tra Fiuggi e l’inondazione, a spingere l’artista alla sua opera crudele.

E però ormai la tentazione al gioco viene, la curiosità di usare gli anagrammi di Roascio quasi come gli I Ching, il libro che illustra il gioco delle permutazioni.

All’interno del 2013, quando l’elemento artistico è stato ormai introdotto come predominante, suggestiona la connessione di tale ricerca con quella grafica dello stesso Roascio, che rielabora anche visualmente le opere di altri artisti ormai ascesi al rango di classici.

Anche qui, alcuni anagrammi sono perfetti nel senso classico del termine, ad esempio:

Oggi, undici marzo duemilatredici, San Firmino di Amiens, Abate.

diventa:

Rimembrando sedici nudi femminei di Ignacio Zuloaga, artista

E in effetti Zuloaga (chi era costui?) si distingue per dei bei nudi, vibranti, erotici senza scadere del tutto nel compiacimento decadentista tipico dell’Ottocento. Tuttavia, il tema del ricordo (“Rimembrando”) già suggerisce una ripresa dell’anagramma come didascalia illustrativa di una rilettura grafica roasciana (ma non solo sua, perché no) dell’autore stesso.

Altrove, invece, l’anagrammatica genera accostamenti curiosamente dissonanti. Ad esempio:

Oggi, ventitrè marzo duemilatredici, San Turibio de Mogrovejo

<< L’arte di Jean Daret? Trovi goticumi minuziosi ! >> 

<< Vedo. Ombreggerò ! >>

Le due battute di dialogo aprono qui uno scenario più da decifrare. La prima battuta, col suo riferimento a un classicista francese del Seicento, lo mette subito in contrasto con la ricerca di “goticumi”, ovvero, possiamo presumere, un gusto gotico affettato, manierista, financo lezioso, che in verità ci potrebbe star bene in un tardo neogotico, ma in Daret è assente. L’artista però non demorde e si propone di “ombreggiare”, a generare così la richiesta matrice gotica. Sembra già in nuce il programma di uno degli interventi di Roascio sull’arte rinascimentale e in seguito secentesco-bambocciante.

Insomma, è quasi inevitabile sentirsi spinti, leggendo queste 365 giornate di cabala (ne mancano 20, e un giro di Rota è completo), ad entrare nel gioco cabalinguistico, tentati dalla brevità del passo che ci trasforma da osservatori in autori: basta spostare una lettera, un rigo appena, per perderci definitivamente nel gioco permutativo con cui, davvero, Roascio ci inonda. Quindi è questo, forse, il crudo fotomontaggio dell’artista: la realtà è Fiuggi, le parole nell’uso comune, logorato e industriale sono acque balsamiche, imprigionate in pile di bottigliette: ma l’arte permutativa può farle esplodere, rimettendo in gioco la comprensione del reale, inondando la nostra Fiuggi di uno tsunami vitale.



 

 


roascio-inondate fiuggi

 


 

roascio-fiuggi



Marco Roascio: New I-Deal




Marco Roascio, Carnival Time 1653 - 2013"

Carnival Time 1653 – 2013″




 

(Oggi insediamento del nuovo Papa. Una celebrazione eclettica dalla Mondovì ermetica, con questa mia analisi del nuovo lavoro di Marco Roascio).

Il discorso sull’Identità contemporanea avviato da Marco Roascio con il suo dittico PDF (2013),  dedicato al “Sogno dell’Impero” (e di cui ho scritto sul blog e su Cuneiforme), è rispecchiato dualisticamente anche in questo nuovo dittico del “New I-Deal”, che va ad analizzare il “Sogno del Papato” colto nell’attuale transizione.

Anche qui, come in PDF, abbiamo infatti un dipinto rilettura di un classico della storia dell’Arte,  mentre un altro reinterpreta una moderna immagine fotografica. Se nel caso dell’Impero il riferimento era più, per certi versi,  all’Identità occidentale nel suo insieme, il lavoro sull’archetipo papale va a intersecarsi soprattutto con l’identità più specificamente italiana.

Non solo per la natura intimamente “cattolica”, in senso lato, del nostro paese; ma anche per la singolare identità (di nuovo…)  che si è venuta a creare tra la Roma spirituale e quella temporale in questo apocalittico 2013: entrambe sguarnite di tutela, la prima per le singolari dimissioni del pontefice, la seconda per lo stallo attuale della politica nazionale.

La fine del Sogno del Papato (di un’idea illusoria di papato, spiazzata dalle dimissioni) è celebrata modificando il Carnevale Romano di Jan Miel, del 1653. Già l’originale è curioso, con una sorta di antico ingorgo stradale, con le guardie svizzere investite da un tamponarsi di carri allegorici (a loro volta, elemento centrale dell’Identità del carnevale di Mondovì, dove Roascio risiede).

Nella riedizione cabalinguistica dell’opera i costumi dei personaggi dei due carri sono arricchiti di dettagli, pennacchi ed ammennicoli vari, con una particolare attenzione a dotarli di nastri, fasce e bande tricolori. Particolarmente ributtante è il panciuto conducente del carro di destra, che rutta tronfio nelle sue bretelle rossoverdi; ma anche il carro di sinistra è affollato da una pletora di personaggi ridicoli, che paiono battibeccare sterilmente tra loro mentre l’ingorgo blocca la via della capitale.

Un riferimento, forse, al singolare impasse prodotto dallo stallo parlamentare e dalle dimissioni presidenziali incombenti, che unite alla inusitata dimissione papale hanno prodotto delle poco piacevoli “Vacanze Romane”.  Nella caotica immobilità degli attori, le rovine sullo sfondo proliferano nel quadro moderno in un gigantesco cantiere permanente di babeliche Grandi Opere; mostriciattoli meccanici occhieggiano qua e la,famelici e curiosi: un’altra efficace allegoria dell’attuale identità italiana, soffocata sotto ondate di cemento.

Il caos edilizio, gli ingorghi stradali, l’eterno carnevale incombente: Roascio ci mostra insomma con diabolica precisione non solo una perfetta sintesi dei vizi italici, ma ci conferma, quasi manzonianamente, come tale identità negativa abbia radici profonde, cogliendola con pochi tratti in un’opera storica apparentemente
lontana da noi.



New I-Deal, 2013

New I-Deal, 2013



La seconda opera mantiene una certa “identità” con l’opera precedente: l’alta colonna romana del quadro di Miel diventa il campanile di Sant’Andrea di Savigliano (elemento evidente di “identità” territoriale, essendo fra le più antiche chiese attualmente conservate del territorio cuneese, struttura del 1000 e affreschi del ‘200).

Avviene però una trasformazione molto simile, per certi versi, a quella di PDF: anche qui, non solo a un quadro segue una foto come oggetto di revisione,ma gli affollati personaggi del quadro vengono sostituiti da una scena vuota, e la struttura centrale che permane identica, muta però nella struttura:come la tenda circolare di Costantino diveniva un gazebo a base quadrata, la colonna romana diventa una torre campanaria quadrangolare.

Una “quadratura del cerchio” che crea una certa “identità” non solo tra le due immagini del dittico, ma anche tra i due dittici stessi.

Tuttavia, simmetricamente, se il desertificarsi della scena di “PDF” in “Spazi Aperti” rimandava alla crisi dell’idea di impero, nella povertà oggettiva del gazebo, qui lo scorcio prospettico della foto sottolinea lo slancio verso l’alto del campanile, che viene accentuato dall’inserimento di vari aggetti e propaggini dall’aspetto hi-tech che rinnovano l’apparente tradizionalismo del gesuitico barocco piemontese. Un rimando, forse, agli impulsi positivi suscitati dal rinnovarsi netto, questa volta, dell’Identità ecclesiale, con una scelta almeno al primo impatto di innovazione e rottura; a cui, specularmente, rimanda un rinnovarsi simile dell’Identità politica del paese, certo più effimera ma, comunque, significativa.

Agli elementi negativi dell’Identità evidenziati nel primo dipinto si oppone dunque qui il polo positivo: la ricca tradizione artistica italiana, che affonda le sue radici proprio anche nella presenza della chiesa, da cui trae origine anche il grande design italiano, evocato dalle futuristiche strutture che si dipartono dal campanile, che nel loro aspetto di hi-tech cibernetico evocano anche la necessità dell’Innovazione informatica, elemento un tempo della nostra identità (la gloriosa Olivetti di Ivrea, all’avanguardia nel settore negli anni 1960).

Un New I-Deal, dunque: nel duplice senso di una New I-de/ntity sotto il profilo sia etico (Ideal) sia cyber-economico (I-Deal, come nelle applicazioni Apple).  Un rimando, forse, al momento più positivo della nostra Identità recente, l’Italia del Boom, che seppe ricostruirsi dalle macerie della guerra e della dittatura in un New-Deal italiano, mentre anche la Chiesa, con un grande Concilio, il Vaticano II, mostrava lo stesso slancio di rinnovamento a livello Ideale. Un’Identità oggi forse più evocata che realmente presente, e forse anche per questo la scena è ancora deserta, più un auspicio che una realtà.

L’ingorgo tra carro destro e sinistro ha finito per far rotolare per terra le guardie svizzere che scrutavano distanti gli sterili giochi carnevaleschi,  ma il nuovo Carro Allegorico deve ancora arrivare.  Spazzata via, auspicabilmente, l’Identità negativa del primo quadro, quella nuova è ancora da ricostruire.



Marco Roascio: PDF / Spazi Aperti



PDF, 2012

PDF, 2012




PDF (dettaglio della parte superiore)

PDF (dettaglio della parte superiore)




PDF (dettaglio della parte inferiore)

PDF (dettaglio della parte inferiore)




Piero Della Francesca, Il sogno di costantino, 1458-66

Piero Della Francesca, Il sogno di costantino, 1458-66




spazi aperti

resti del manifesto che ha originato “Costantine’s Dream”




spazi aperti, elaborazione dell'originale

Costantine’s Dream, 2012




 

  1. Tutto iniziò con “Spazi Aperti”

PDF è l’ultimo lavoro dell’artista monregalese Marco Roascio, un lavoro molto complesso e stimolante.

Nel settembre 2012 Marco Roascio ha iniziato con un suo tipico lavoro: la rielaborazione di un cartellone pubblicitario, la pubblicità di un mobilificio – il più classico dei topoi – che l’artista aveva inizialmente intitolato “Spazi Aperti”.

L’intervento di Marco Roascio è come suo solito minuzioso e minimale: si limita pressoché a ricalcare i segni lasciati dalle piegature derivanti dall’incollaggio del manifesto, rendendo più palese la sua natura effimera e degradata già evidente nella foto originale.

L’opera però, isolata e dignificata sotto il profilo artistico, rivelava ora a una nuova attenzione la sua somiglianza dell’opera col “Sogno di Costantino”, il capolavoro chiaroscurale del massimo maestro del rinascimento prospettico: Piero della Francesca.

  1. La Storia: Costantino.

La vicenda storica del Sogno è nota: Costantino, accampato a Rivoli, presso Torino, riceve nella notte del 312 d.C. (esattamente 1700 anni prima) una misteriosa visione. Egli avvista infatti una croce fiammeggiante con su scritto (forse in caratteri greci) “In hoc signo vinces”; in questo segno vincerai. Costantino comprende che è la croce cristiana, e si avvicina alla nuova religione, già praticata dalla madre, (santa) Elena. Egli riporta la croce sugli scudi dei suoi legionari, affronta gli avversari al titolo di imperatore e li sconfigge. Quindi nel 313, divenuto unico imperatore, proclama la libertà di culto cristiano col celebre Editto di Milano.

Per altri, invece, la croce è in realtà quella a sei bracci del Chi-Ro, oggi rispolverato nel Sole delle Alpi. Molti dubitano che si tratti di un simbolo cristiano: la croce era un simbolo geomantico già pagano, e il Chi-Ro, addirittura, era già il monogramma di Chronos, il Saturno romano, il re dei Titani detronizzato da Zeus, di cui si attendeva il ritorno col nuovo Eone iniziato verso il nostro stesso Anno Zero.

Ad ogni modo, Costantino diviene il simbolo stesso dell’Impero Romano Cristianizzato, il “Sacro” Romano Impero che, scomparso nel 476 d.C., verrà poi ricostituito nel medioevo da Carlo Magno, nella notte di Natale dell’800 d.C..

  1. La storia illustrata: Piero della Francesca.

Su questo background si inserisce, tra 1452 e 1466, la ripresa artistica del tema, da parte di Piero della Francesca. Siamo ad Arezzo, nella chiesa di San Francesco, e il pittore realizza un ciclo sul mito della Vera Croce, di cui l’apparizione a Costantino è un momento (appunto) cruciale.

Il dipinto è il più notevole dell’intero ciclo: il gioco di ombre, che Piero ricava dai fiamminghi, è reso impeccabile dalla sua abilità nella correttezza prospettica, e resterà insuperato fino a Caravaggio, oltre un secolo dopo.

Ovviamente, la luce non è un puro virtuosismo, ma è totalmente funzionale alla scena: nella notte che va a finire (la notte del paganesimo) la luce irrompe dalla Vera Croce, portata in mano da un angelo. Le due guardie armate non la vedono, ovviamente, perché appare solo in sogno all’imperatore, ma con le loro armi creano una sorta di freccia direzionale che la evidenzia, seguendo del resto il movimento tutto ascensionale creato dalle cuspidi delle tende dell’accampamento.

L’ascesa prodotta dal Cristianesimo, ma anche dall’Impero Romano: e nel Rinascimento di Piero, questi due valori tornano a fondersi nel culto che il Rinascimento restaura dei classici.

  1. Spazi Aperti” a nuove letture

Nel manifesto rielaborato da Roascio la corrispondenza della scena è pressoché perfetta, ma tutto cambia completamente. La tenda, l’elemento centrale, è presente e nell’identica posizione, anche se qui una base quadrata ospita una corta piramide. Ma tutto il resto manca: è sparito l’accampamento, sono sparite le guardie, il servitore e Costantino stesso.

Solo la guardia con l’alta lancia, quella più vicina all’osservatore, è suggerita da un cerchio d’ombra che appare sulla scena, richiamandone l’elmo. Forse il segno di un vicino cartello stradale, data la sua perfetta circolarità. Ma appunto, non è una presenza, è l’ombra di una presenza. La stessa scritta pop che sormonta la scena, “Spazi Aperti”, che ovviamente in origine è un riferimento all’ampia disponibilità d’orario del centro commerciale, rimanda alla desolazione evocata dal baldacchino isolato.

Anche la croce è, ovviamente, sparita: la luce proviene dalla Luna, il cui taglio a V sembra però suggerire, in modo geroglifico, la sovrapposizione della figura dell’angelo, sia pure ormai lontano. Tuttavia la luce dominante non è più calda e gialla, ma azzurra e gelida.

La tenda del sovrano è ovviamente in vendita, a soli 259 euro. Il nome stesso della tenda, poi, rafforza l’interpretazione generale, in quanto il suo nome rimanda ad Artù, altra figura di mitico sovrano europeo, associato al Vero Graal quando Costantino era associato alla Vera Croce (che fu appunto la madre Sant’Elena a ritrovare). Naturalmente, nel manifesto originale è un rimando alla tenda da campo dei re medioevali: e tuttavia la coincidenza è interessante.

Il simbolismo generale appare insomma evidente: il Constantine’s Dream, il sogno dell’Impero, è ormai completamente declinato in questo 2012 dell’Apocalisse Maya che è, molto di più, l’ineluttabile tramonto dell’Occidente (dell’American Dream?) sotto i colpi di una crisi che non appare più temporanea. Forse solo il Sacro Imperatore, solo Costantino, solo Artù potrebbero aiutarci. Ma i grandi sovrani del passato dormono (e sognano?) nella perduta Avalon.

  1. Vera Croce” a Mondovì

Il lavoro era, quindi, già piuttosto interessante così. Roascio, intrigato, decide però di indagare di più. Acquista una buona riproduzione del Sogno di Costantino di Piero Della Francesca e decide di rielaborarlo. Nasce così il progetto PDF.

PDF è, ovviamente, Piero Della Francesca. Ma anche il Printable Document Format, il formato più diffuso nei documenti di testo non modificabili, ampiamente usato in internet per rendere disponibili e-text ed e-book della più varia natura (ivi inclusi, ovviamente, cataloghi d’arte).

Se il lavoro di Piero si inserisce in una rinascita d’attenzione al tema della vera croce, è interessante notare che, nello stesso periodo storico, anche a Mondovì si diffondevano temi iconografici molto simili. Come detto, PDF è l’archetipo stesso del rinascimento prospettico; la scena di Mondovì, invece, si caratterizza agli antipodi per il rifiuto della rivoluzione prospettica.

Ma a parte tale differenza, il 1450 monregalese vede il ciclo di Santa Croce, a Mondovì Piazza, con la Crux Brachiale che incorona la Chiesa e pugnala la Sinagoga a cavallo di un capro dalla testa mozzata, alla sua sinistra. Un ciclo in cui si fondono gli stessi elementi di PDF ad Arezzo: il culto della Croce come elemento magico-sacrale, oltre il puro e semplice significato di fede; l’antigiudaismo medioevale (che maschera, ovviamente, sotto, invidia verso la superiore sapienza iniziatica della cabala ebraica: una disciplina a cui lo stesso Cabalinguista, modernamente, si ispira), le armate demoniache sotto stendardi di draghi infernali.

Un’altra interessante corrispondenza tra Arezzo e Mondovì del 1450 è quella tra la figura centrale dell’affresco di PDF rielaborato da Roascio e il Cristo Melanconico che appare nella cappella di San Bernolfo di Mondovì. Una figurazione più unica che rara, che infatti nel 1583 il visitatore apostolico Scarampi, incaricato di far rispettare i dettami del concilio tridentino a Mondovì, aveva ordinato di imbiancare, rimanendo però disatteso.

Proprio in quegli anni, tra l’altro, PDF realizza una resurrezione di Cristo durante una pausa dal lungo cantiere d’Arezzo, opera in cui inserisce un suo autoritratto in uno dei soldati addormentati, ma in cui invece Cristo emerge nel più convenzionale aspetto trionfante, sottolineato ovviamente dalla maestria geometrico-prospettica dell’autore. Per paradosso l’identica e coeva opera di Mondovì, ovviamente più rozza sotto il profilo dell’esecuzione, è più moderna sotto il profilo dell’interpretazione. Un Cristo risorto che non trionfa, ma piuttosto pare dubbioso sul senso stesso di tutta la sua avventura terrena. Umano, troppo umano, e quindi più autenticamente vicino a noi.

  1. La rielaborazione di Roascio.

La rilettura di Roascio dell’originale di Piero mette in evidenza, come suo solito, alcune interessanti connessioni. La figura di Costantino, ad una accurata lettura, non può mancare di suscitare un parallelo con la figura di Marat nel famoso dipinto di David. La corrispondenza possibile è qui solo tra le teste dei due leader, poiché Costantino è totalmente coperto: e il sonno di Marat è il sonno eterno della morte. Ma ciò che più di tutto accomuna i due dipinti è la presenza di un curioso turbante sulla testa dei due leader, il leader cristiano e quello rivoluzionario e moderno per antonomasia.

Un ritratto di sovrano con-turbante, in entrambi i casi: e in effetti l’opera di Roascio inserisce il dipinto di PDF (che è, invece, limpidamente, geometricamente razionale e oggettivo) in un contesto surreale, deformato e appunto “conturbante” in senso freudiano. Ciò che più contribuisce a questa rottura dell’equilibrio è probabilmente la germinazione di numerosi volti di piccoli Incubi, non per forza aggressivi o malvagi, ma certamente eclettici e bizzarri, sinteticamente stilizzati da Roascio negli interstizi creati dallo sgretolarsi della pittura originaria. Un intervento che appare profondamente simbolico: l’inquietudine della modernità si inserisce nelle crepe prodottesi nel tempo nel Sogno dell’Impero, e lo sgretola dall’interno.

Del resto, il tema dell’Incubo come torma di piccoli demonietti che si accalcano sul dormiente è un tema diffuso ed autorevole sul finire del Settecento, con nomi quali Fussli e Goya iniziatori di una sensibilità gotica, negli stessi anni in cui David crea i paradigmi del neoclassicismo. Un neogotico che è, per certi versi, l’anticipatore di quella sensibilità surrealista a cui l’opera di Roascio sembra ispirata.

All’opposto delle nuove creature dei piccoli demoni degli Incubi di Costantino, rimane l’Angelo portatore del suo profetico sogno. Se Costantino appare quasi non toccato dalla trasformazione artistica di Roascio, l’Angelo è invece la creatura sottoposta a una più profonda trasformazione, in senso meccanico, con un gusto sottilmente cyberpunk che mi capita spesso di riscontrare in alcune (non tutte) opere di Roascio.

Il Pompiere che si viene a generare sulla destra (definizione dell’autore) è piuttosto incongruo. Più che un pompiere pacifico, sembra un pompiere aggressivo: la sua lancia non sembra quella per spegnere i fuochi, appuntita com’è, ed è puntata con intento forse minaccioso verso l’homo melanconicus.

Per chi lo conosce, non può non rimandare ai Pompieri nel romanzo “Farheneit 451” di Ray Bradbury, poi film con Truffaut, dove essi invece di spegnere incendi bruciano le opere d’arte potenzialmente sovversive per meglio cementare la dittatura rassicurante di una totalitaria TV.

Ancora più misteriosa la figura dell’Agrimensore (anche qui, definizione di Roascio) a sinistra del quadro. Oltre al lungo metro identificativo della sua professione, l’Agrimensore è caratterizzato da un vistoso buco nel centro del petto.

Significativo che lo stesso Roascio abbia effettuato studi da perito agrario, cosa che stuzzica a una possibile identificazione con tale figura, anche visto il precedente dello stesso PDF, autoritrattosi nella Resurrezione. Del resto, nell’intervista su “Cuneiforme”, Roascio si presenta così: “Sono Perito Agrario, affascinato dalle assonometrie invariabilmente legate alla progettazione di stalle e magazzini agricoli. Questo mondo 3D, a livello disegno, mi ha poi permeato e lo fa tuttora. Quando dico “iniziai a disegnare” intendo esattamente questo: tutto quello che dal tecnigrafo saltava fuori a livello esecutivo (quindi mutuato dall’aiuto di strumenti tecnici) lo trasportavo, a casa, in disegni a mano libera che non di rado sfociavano in soggetti che potremmo definire dei simpatici mostri”.

La figura dell’Agrimensore diviene anche un rimando alla letteratura moderna col riferimento al protagonista del “Castello” di Kafka, l’enigmatico K. Un’opera che Roascio ha riscritto (per ora, in parte) in chiave tautogrammatica, come dichiara sempre su Cuneiforme: “E’ tuttora in corso la riscrittura tautogrammatica de “Il Castello”, di Franz Kafka. Qui le forzature letterarie sono davvero notevoli, ed il lavoro richiede una immersione nel mondo dei personaggi (l’agrimensore ed i suoi stolti aiutanti) che non così frequentemente si può avere, in una vita che non sia quella del miglior Montaigne ritiratosi nel suo Castello”.

Per simmetria con l’opposto Pompiere, possiamo ipotizzare che tale figura rappresenti dunque l’altro polo dell’arte: l’arte come geometria rivelatrice e scientifica, l’agrimensore come misuratore dello spazio tridimensionale, in grado di “scavare in profondità” nel terreno artistico. Il fatto che sia “senza cuore” può significare appunto un rifiuto dei tardo-romanticismi sull’arte come fatto sentimentalistico, basso piacere estetico volto a “percepire emozioni” nel senso deteriore del termine (come pure, è ovvio, il riferimento a Kafka).

  1. Conclusioni.

Appare quindi possibile effettuare un primo tentativo di sintesi: il Sovrano Con-turbante potrebbe essere l’opera d’arte in sé, centro inevitabile del discorso artistico (anche nel caso, certo non infrequente nell’arte contemporanea, della sua assenza fisica: il sovrano è sovrano anche se dormiente); l’uomo malinconico, allora, è forse metafora dell’artista stesso, che viene pungolato dall’Art Pompier perché aderisca ai canoni della figurazione più tradizionale o, per estensione, al gusto del pubblico. Invece, l’Agrimensore gli indica con la sua misura l’elevazione verso l’alto, dove spicca l’Angelo che consegna la corretta interpretazione dell’opera d’arte, la Profezia rivelatrice. Tuttavia ora non è più un angelo mistico e metafisico, ma cibernetico e meccanizzato, mentre l’unicità della sua natura interpretativa è messa in discussione dalla pluralità delle opinioni, simboleggiata in tal caso dalla moltitudine di piccoli Incubi che pullulano ora sulla scena.

E forse è questa la vera Vera Croce, solo in hoc signo vinces: col segreto artistico della permutazione artistica, della Cabalinguistica, tramite la quale leggere i segni e tramutarli in un efficace discorso artistico. Ma il cabalinguista oggi resiste alla tortura di Sant’Elena, la crux brachiale non può più decapitare con la sua spada la Sinagoga ed il suo espiatorio capro. Il messiah artistico siede sconsolato sulla sua croce dopo la deposizione, ed il PDF dei sommi segreti dell’Arte rimane inevitabilmente protetto da una password che non sappiamo decifrare.

Lorenzo Barberis


http://ermetical.blogspot.it/2012/10/pdf.html




Intervista a Marco Roascio



Quando hai iniziato la tua attività artistica e cosa ti ha spinto ad operare in questo ambito?

Iniziai a disegnare quando frequentavo le scuole superiori (sono Perito Agrario, affascinato dalle assonometrie invariabilmente legate alla progettazione di stalle e magazzini agricoli. Questo mondo 3D, a livello disegno, mi ha poi permeato e lo fa tuttora. Quando dico “iniziai a disegnare” intendo esattamente questo: tutto quello che dal tecnigrafo saltava fuori a livello esecutivo (quindi mutuato dall’aiuto di strumenti tecnici) lo trasportavo, a casa, in disegni a mano libera che non di rado sfociavano in soggetti che potremmo definire dei simpatici mostri. La tecnica “a cellette” , che non ho mai abbandonato, era e rimane il mio modo usuale di operare. In sostanza, il disegno a punta finissima (che ai primordi era eseguito a china e che ora è stato affiancato ,non sostituito, da marker indelebile) è caratterizzato da un insieme di celle. Non esiste (se non per un raro artefizio) la linea aperta. Tutti i tratti generano appunto celle chiuse, più o meno grandi.
Se agli inizi creavo dei soggetti quasi sempre riconducibili a forme (per lo più animali) ben percepibili, via via ho virato verso modelli operativi prettamente astratti e, cosa importante, ho iniziato ad usare il colore, segnatamente l’acrilico. Tale strumento, che entra nella mia arte a far data dal 2004, ha di fatto spodestato la china colorata quale riempimento delle cellette.
Fin qui, i passaggi tecnici. Per chiudere il ragionamento sull’operatività artistica, rapportandola all’attualità, va detto che dal 2010 mi nuovo prevalentemente, se non esclusivamente, con la “revisione” di manifesti più o meno degradati, cercando di restituire loro un colore, soggetti, situazioni perse per effetto del tempo.
Per far ciò, dopo averli fotografati, opero sulla risultante stampa fotografica (in genere 50 x 70 cm) , dapprima con marker indelebile, quindi con l’acrilico.
Annetto a questo progetto artistico grande importanza; in quanto considero l’evoluzione in situ, la permanenza più o meno prolungata di un manifesto (specie se pubblicitario), un termometro della situazione socio-economica.

Come definiresti il tuo lavoro?

Parlo ovviamente di quello che attualmente porto avanti: lo faccio riprendendo pari pari una mia affermazione a suo tempo “girata” a questo blog in occasione dell’inserimento dei miei lavori in questa, secondo me, ottima vetrina dell’arte cuneese: “Elaborare i rimasugli di carta di un tabellone pubblicitario è impresa dell’anima. Tutto affiora, non tutto è degno di ripristino!“
Quando dico “impresa dell’anima” mi riferisco al “vissuto” del manifesto che incontra la mia elaborazione e che da questa non può e non deve uscirne male. In sostanza: la nuova vita che il manifesto assume per addizione di elementi (disegno+colore) è cosa delicata, da farsi con estrema cura. Si deve tendere al rinnovamento non senza lasciare una traccia del passato. Ma, ciò che conta, si deve tendere a rivitalizzare una situazione il più delle volte compromessa dal tempo.

Con quali materiali e tecniche preferisci esprimerti?

Sui materiali usati, dai primi passi col disegno ad oggi, ci sarebbe da dire molto. Mi limito ad elencarli, annettendo a Tutti identica dignità: carta, cartoncino, legno, sughero, plastica, uova, pietra, supporti fotografici. Ovviamente, forse per il concetto di salienza ben noto agli psicologi, il supporto fotografico è Re dei materiali. Ma lo dico ora. La fortuna di un artista è di essere vittima delle sostituzioni , via via, delle situazioni creative che lo permeano e lo governano. Se ciò avviene (a mio avviso) è un bene. Il fossilizzarsi, specie quando si crede di aver scoperto un filone fecondo, è cosa che talvolta non attiene all’arte bensì al mero esercizio di stile.
La tecnica, lo ribadisco, è la tecnica a cellette chiuse; un tempo era china pura, ora è anche marker indelebile + acrilico.

Chi o cosa ha influenzato la tua arte?

Se, come detto all’inizio, il disegno tecnico fu capace all’inizio di farmi generare linee poi divenute abituali e senza l’ausilio di altro se non di una mano che reputo buona ai fini di creare celle chiuse, l’attuale fase artistica (che ritengo essere assolutamente espressiva del mio modello di intervento centrato nel socio-economico con riflessi politico-sociali) è nata in modo assolutamente casuale in una calda serata del luglio 2010, in una località affacciata sul Lago d’Iseo. Due manifesti strappati, in uno spazio riservato alle Pubbliche Affisioni; recante, l’uno, ancora intuibile, la scritta “MENO SPENDI , PIU’ SEI TRENDY”. L’imbattermi in quel residuo pubblicitario mi generò istantaneamente la necessità impellente di elaborarlo, di ridare colore e vita all’insieme, fatto di una modella propagandante una certa sobrietà nel vestire. Capivo che quel “quadro” preludeva alla crisi, anzi era la crisi stessa. Da allora non ho mai smesso di cercare tracce su muri e tra le affissioni.
Credo che ogni forma d’arte che si Sente e che si percorre ha una motivazione inconscia e va perseguita. L’ottica del consenso, del denaro, è secondaria al fare, al generare arte. Se quell’arte ha una sua impellenza, va coltivata. Così è stato.

Lavori in uno studio?

Sì. La mia casa, di fatto , è assimilabile ad uno studio. Nel senso che vede l’arte come momento primario del mio fare, all’interno di essa.

Come organizzi di solito il tuo lavoro?

Prescindendo dal progetto che la contiene, la struttura operativa prevede, invariabilmente, la parte di disegno; questa viene eseguita a mano libera, ed è inutile dire che non può prevedere, nè li contiene, errori. E’ un fluire che va e, per riprendere Pareyson, mentre fa crea il modo di fare. La premessa importante è che nel mio disegno non c’è progettualità esecutiva; tutto si sviluppa a poco a poco, direi inconsciamente. La fase successiva, quella del colore acrilico somministrato con pennelli che quasi sempre sono a punta Zero, può invece, in nome dell’equilibro finale dell’ opera, mediare con il cosiddetto “bilanciamento” che preserva da impatti visivi non richiamanti l’armonia dell’insieme.

Segui la scena artistica contemporanea? Attraverso quali mezzi di informazione?

Non passa giorno che non sia in contatto con altri artisti, dal vivo o attraverso il web. Questo serve a vedere, sentire, per poi assimilare.

Cosa pensi della situazione artistica locale? Proposte per migliorarla?

Quello che molto spesso è un luogo comune professato da molti, relativo alla (presunta) chiusura su se stessa della cultura artistica cuneese è a mio avviso un pianto che non porta nulla con sè per (eventualmente) migliorare la situazione. I due virgolettati usati poco fa la dicono lunga su quanto io, in definitiva, sia scettico nei confronti delle geremiadi messe in campo dal qualunquismo. Credo invece che strumenti come Cuneiforme siano capaci di dimostrare al mondo intero che Cuneo c’è! I frequenti aggiornamenti in pagina, che fanno il punto sulla situazione artistica locale, testimoniano un dinamismo che certamente viene colto, al di fuori della cerchia locale.
Proposte per migliorare la situazione locale? Ne parlo, in qualche misura, al punto successivo.

Collabori o sei in contatto con altri artisti? E nel caso, cosa ti gratifica di questo rapporto?

Da qualche tempo perseguo, attraverso collaborazioni con altri artisti, risultati per me importanti legati all’esecuzione di svariate opere “a 4 mani”. Strano a dirsi, ho fatto sino mille chilometri per fare ciò. Ma, in provincia, ancora nulla. I progetti che sto programmando, tuttavia, di già vedono la possibilità concreta che ciò avvenga, ed un paio di artisti sono già stati contattati ed ho avuto risposte affermative.
Questo per legarmi al punto precedente, aggiungendo che anche il Blog Cuneiforme potrebbe essere uno strumento interessante per veicolare progetti atti a mettere in gruppo (la natura del gruppo non è da intendersi necessariamente ampia, ma anche soltanto superiore all’unità) le realtà artistiche locali.
Rispondendo poi al secondo aspetto di questo punto, sono a dire che la gratificazione è legata al fatto che le opere che scaturiscono dalle collaborazioni non sono di nessuno e allo stesso tempo sono di ogni componente, ma nessuna entità se ne può appropriare. Una cosa importantissima, che afferma in sostanza questo: le collaborazioni sono fatte per crescere ma non possono portare a nulla, direttamente, in termini economici. Una lezione che avvicina al fare e che ne rispetta l’aspetto creativo e non anche quello , secondario e talvolta non apportatore di Arte, del beneficio economico che se ne può trarre.

Quali sono i tuoi interessi oltre all’attività artistica?

Scrivo da sempre, sono diventato giornalista pubblicista nel 2005 occupandomi in particolare di situazioni curiose colte qua e là. Specialmente nei siti della Amministrazioni Comunali, non infrequentemente esempio di gestione approssimativa di spazi dedicati alla visibilità della cosa pubblica. In precedenza ho pubblicato lavori ludolinguistici sulla rivista CORRERE, la mia estrazione podistica portandomi ad analizzare il mondo della corsa in chiave per lo più tautogrammatica.
Ho chiuso, con un lavoro decennale, la riscrittura de I MISERABILI di Hugo, dove non ho mai usato la lettera “O”. E’ tuttora in corso (ma confido nel fatto che, come l’originale, può rimanere incompiuto) la riscrittura tautogrammatica de IL CASTELLO, di Franz Kafka. Qui le forzature letterarie sono davvero notevoli, ed il lavoro richiede una immersione nel mondo dei personaggi (l’agrimensore ed i suoi stolti aiutanti) che non così frequentemente si può avere, in una vita che non sia quella del miglior Montaigne ritiratosi nel suo Castello….
la parola “Castello” ricompare… prima o poi finirò per affittarne uno; di comprarlo non se ne parla, di questi tempi !

Dove si possono vedere i tuoi lavori?

Ho esposto per alcuni anni a Mondovì Piazza, in pianta stabile. Anni molto produttivi, ma legati a generazione di opere a cellette con molto colore e molta tecnica, quasi esercizi stilistici che oggi non vedo come fattori trainanti della mia arte. Parte dei miei manifesti (e muri) elaborati sono visibili , oltrechè nei link che partono da Cuneiforme, anche nelle pagine www.cabalinguista.tk, nello spazio dedicato di arte81.it  oltre che nelle decine e decine di pagine colorate create su facebook, dove “milito” col nome di MARCO CABALINGUISTICA ROASCIO.

Hai un sito internet o un blog?

Il mio sito ufficiale è www.arte81.it , affiancato dal 2008 da “www.cabalinguistica.it” e, successivamente (2011) da “www.marcoroascio.tk“. In quest’ultimo sito, in realtà ospitante solo una mia opera, si descrive in poche foto il mio lavoro “Funky” svolto ad Austin, Texas, nel torrido agosto 2011. Col titolo POFMATEX (Piece of Furniture Made in Texas) ho voluto raccontare la sopravvivenza di un vecchio mobile. Anche lì, in sintonia col mio credo, è stato rinnovamento!

Progetti futuri?

Ci sono, e fortunatamente non sono pochi. La revisione dei manifesti e dei muri non poteva fermarsi lì. Dedicherò attenzione, in futuro, ai muri in cemento ancora visibili in molti centri abitati. In anni recenti vi è stata maggiore attenzione costruttiva, e le brutture di un tempo sono state sostituite da coperture in pietra. Questo vale anche per i marciapiedi. Laddove il cemento puro (con le classiche “impronte” delle armature fatte di tavole in legno) ancora impera, la revisione “silenziosa” (la definisco così perchè i miei interventi di rinnovo non sono mai “reali” bensì soltanto sulla carta fotografica elaborata con marker e acrilico) apporterà grafica a profusione, nell’ottica di far vedere una realtà colorata che può e deve arrivare. In nome, ancora una volta, di un progetto socio – culturale.




Il conquistatore (2003), colori vari su lucido 21 x 29 cm




Meno spendi, più sei trendy (2010)



CUNEO, 6 maggio 2011 (2011)



[cliccare sulle immagini per l’ingrandimento]




Marco Roascio

Immagine

Immagine

Immagine

 Membro del Gruppo Artistico Novalis di Cuneo

 CV: 2006/2007 – Esposizione permanente in atelier del centro storico di Mondovì Piazza (CN)

2009 – Personale a CUNEO

2010 – Personale a POIRINO (TO)

2011 – Personale a Vernante (CN)

2011 – Esecuzione di opera grafica ad Austin (Texas- U.S.A.) visibile al sito :  http://www.marcoroascio.tk/  e qui:  http://www.youtube.com/watch?v=aiMdItZOnw0

2012 – Presentazione/Mostra dal Titolo “L’otto Marzo è la festa della Donna”, presso Associazione Culturale MERIDIANA TEMPO, Mondovì (CN) . Tema dell’evento rilevabile qui:  http://www.cabalinguistica.it/7109/index.html

Intenti del lavoro artistico o testo critico, rappresentativo del lavoro prodotto:

Elaborare i rimasugli di carta di un tabellone pubblicitario e’ impresa dell’ anima. Tutto affiora, non tutto e’ degno di ripristino!  (Marco Roascio, 2012)

 Contatti : e-mal  e sito web: mail: arte@arte81.it; marco.roascio@fastwebnet.it;  siti web:  www.arte81.it  www.cabalinguistica.it www.marcoroascio.tk  www.cabalinguista.tk